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Francesco Maria Caberlon è un artista italiano nato a Vicenza nel 1963, diplomato all'Accademia di Belle Arti di Venezia, lavora e risiede a Vicenza. Esordisce giovanissimo nel 1986 con una mostra collettiva. Da allora l'attività si fa più intensa esponendo in gallerie pubbliche e private. Artista medialista, lavora e opera nel settore della sperimentazione legata al linguaggio mediatico. Negli anni ha sviluppato, e continua a sviluppare, una ricerca pittorica in cui sperimenta l'influenza e la sedimentazione dei linguaggi mediatici nella percezione esistenziale dell'individuo recuperando una figurazione neo-pop legata alla decorazione e al design Postmoderno.

Per un'archeologia del presente di Sabrina Zannier (1997)

L'oggetto quotidiano assunto a soggetto dell'opera e, soprattutto, a testimone dell'immaginario collettivo prima ancora che individuale, detiene la centralità del lavoro di Francesco Maria Caberlon. L'orgia cromatica e formale, di cui Ettore Sottsass è maestro sul fronte del design, sembra in qualche modo sottendere la pittura del maestro vicentino. L'ondata di oggetti, decori, tipologie e materiali in apparenza disparati ma, in effetti, legati a stilemi omogenei, che annota la produzione del primo, si eleva a fondante orizzonte mnemonico di Caberlon. Affascinato dagli oggetti di Sottsass e da quelli di altri designer, come Mendini e Pesce, l'artista si appella alla capacità di sovraccaricare la mera funzionalità con trasgressivi valori estetici, che conducono l'oggetto sul terreno della scultura, quindi di una creatività potenzialmente fine a se stessa. E' la memoria di questo oggetto, non recuperato secondo il principio della citazione tout court ma con mozione affettiva, che entra vivacemente nell'impianto pittorico.

Tutto ruota intorno a singoli elementi della nostra funzionalità quotidiana - tavoli, sedie, armadi, vasi, lavagne, televisori - identificati nella loro valenza linguistica e semantica; ma la dimensione archetipica dell'oggetto, sottesa al valore simbolico dello stesso, scompare nell'annullamento della distanza storica. Ciò che sopravvive è il mero senso della contemporaneità, l'hic et nunc di una visione domestica proiettata in uno spazio de-funzionalizzato e surreale, vivacizzato da tonalità matissiane.

Ben avulsa da ogni intento di serializzazione, la ricerca di Caberlon denota in ogni modo una certa fissazione che, come spesso accade sul fronte artistico, si traduce in ossessione. E' possibile leggervi ciò che Dorfless ha recentemente definito come "il ritorno all'oggetto" e la riscoperta della sua identità, dettato dall'incessante processo di miniaturizzazione, fusione e conglomerazione di molti prodotti dell'industria, tendente alla scomparsa degli stessi, quindi alla loro smaterializzazione.

Nel lavoro di Caberlon, però, tale ritorno non coincide con il recupero dei valori simbolici e mitopoietici un tempo legati agli oggetti dell'antichità. Tavoli, sedie, vasi e altro assumono il ruolo del testimone di un evento, di un'azione consumata dall'uomo nello spazio suggerito dal dipinto. L'oggetto, ridotto a icona e ormai avulso dalla sua tridimensionalità, diviene impronta, segno di una narrazione senza soluzione di continuità.

All'artista non interessa fissare la specifica identità di ogni cosa rappresentata, bensì puntare l'attenzione sulla complessità della situazione dipinta, sull'atmosfera così generata, quindi sul disordine, o in altri casi, sull'ordine lasciato dall'uomo.

La contrapposizione tra le due situazioni suggerisce anche quella tra le tracce gestuali, assolutamente libere e non mediate da un progetto, e quelle indotte e razionali, che dettano linee di fuga, orizzonti e formalismi oggettuali. L'universo suggerito da Caberlon sembra sempre in procinto di caduta, appare sorretto da un equilibrio precario, sedimentato in un'incertezza tutta contemporanea, alla quale fa da contraltare la forza d'urto dei colori primari, delle tinte squillanti e invasive. Tale connubio, tra precarietà da un lato e toni imperativi dall'altro, si eleva ad esaltazione dell'effimero. Ne nasce un mondo superficiale e surreale, in cui la presenza dell'uomo è rigorosamente preclusa e ludicamente demandata agli oggetti d'uso quali frammenti della sua esperienza, quali reperti dell'oggi. Il Televisore, sghembo e munito di zampe, saltella in uno spazio azzurro: la misteriosa volta celeste del pittore dell'antichità e, al contempo, la via eterea della comunicazione mass-mediatica. L'Armadio verde e l'Armadio rosso, si puntellano su un terreno improbabile, anch'esso impalpabile e ridotto a mera atmosfera di fondo: è il tripudio dell'oggetto immagine, sul quale l'artista produce nette zumate dissolvendo l'habitat circostante in una sottile e maculata pigmentazione. Nella serie degli Interni e delle Stanze la dichiarata dimensione domestica è ironicamente negata, si apre a territori futuribili, a paesaggi dilatati e per lo più divisi in due fasce da una ricorrente linea d'orizzonte, che ricorda le strisce dei cartoons o certi spot pubblicitari della televisione anni 50. In queste campiture tendenzialmente àplat gli oggetti e i segni determinano una vibrazione sotterranea, un'animazione fondata sulla geometria irregolare. Immaginando i dipinti come una lunga teoria di finestre che dalla galleria si apre su micromondi a metà strada tra il vissuto e l'immaginato, la sensazione è quella di una perseverante trasformazione; la stessa che si vive innanzi ai cartoni animati, dove sotto il dinamismo di un solo oggetto sappiamo esserci una miriade di disegni. E' questa animazione che probabilmente Caberlon annuncia nelle linee sghembe dei mobili, nell'equilibrio precario degli interni ormai identificabili nella doppia valenza di Interni-Esterni.
Gli ambienti dipinti dall'artista vicentino attivano, infatti, una sorta di travasamento, di passaggio perpetuo: tra il entro (la dimensione domestica) e il fuori (l'orizzonte paesaggistico), tra il corpo dell'oggetto e il valore semantico dello stesso. Tanto nelle zumate sui singoli oggetti quanto nelle vedute più dilatate degli Interni e delle Stanze, l'impressione è quella di trovarsi in uno spazio virtuale che, dagli stilemi della pubblicità risalente a qualche decennio fa, ci conduce alla flessibilità contemporanea del giocatore del videogame, dello spettatore televisivo, ormai abituato a scegliere e non più a subire, quindi attivo nello zapping e disposto a farsi attraversare dall'immaginario suggerito dalle nuove tecnologie digitali. Possono forse apparire eccessivi tali riferimenti per un artista che utilizza un media antico come la pittura; ma è la visione che questa stessa lascia apparire a dettare tali suggerimenti, in parte appartenenti all'immaginario del pittore, in parte a quello dello spettatore, perché tutti trafitti dalla più stretta quotidianità. Le stanze aperte e gli oggetti di Caberlon s'inscrivono in un processo linguistico che potremmo definire una sorta di archeologia del presente. Nonostante i riferimenti di natura affettiva si rifacciano a qualche stilema di natura grafico e pittorico del passato, questa pittura si fonda sul rilevamento della contemporaneità, tanto nel recupero dell'oggetto in sé, quanto nel suggerimento di uno spazio mentale, da percorrere virtualmente, restando seduti in poltrona. Mentre altri artisti si oppongono alla frenesia della comunicazione massmediatica, Caberlon si situa nella sua stessa via: ne ripercorre la velocità e il ritmo di trasmissione; delinea la dimensione sincronica dello spazio-tempo odierno, già traslato in passato nel momento in cui si manifesta anticipando il futuro.