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Sono gli accadimenti minimi a costruire il senso della nostra vita, a segnarne i percorsi e le scelte, a darle bellezza e interezza, a produrre, qualche volta, lacerazioni e ferite. Siamo quel che siamo – sembra voler comunicare Mirca Lucato attraverso queste le sue tele - perché abbiamo avuto negli occhi di bambini un certo paesaggio, abbiamo sempre visto senza guardare le stesse file di case, gli stessi pali della luce, gli stessi fili di biancheria stesa ad asciugare, abbiamo percorso le stesse strade, ne abbiamo visto il trascolorare nell'avvicendarsi delle stagioni, abbiamo avuto sopra la testa la stessa porzione di cielo, limpido, nebbioso, solcato da nubi, rosa all'alba, arancione al tramonto, grigio di pioggia; abbiamo guardato volti amati di uomini e donne, abbiamo incontrato senza quasi farci caso volti consueti, cappotti lisi o cappotti nuovi, ombrelli, cappelli; con alcuni di questi cappotti, ombrelli, cappelli abbiamo percorso tratti di strada in comune, con alcuni ci siamo scontrati, altri li abbiamo feriti o perduti per sempre.

Noi "siamo" quegli accadimenti minimi: il paesaggio consueto, vissuto quotidianamente nella distrazione percettiva, si è sedimentato nell'anima, è diventato il nostro paesaggio interiore, la nostra geografia intima, la nostra mappa identitaria.

Mirca Lucato traduce il "suo" paesaggio interiore, la "sua" geografia dell'anima, la "sua" mappa identitaria in quei colori per lei nuovi e quasi involontariamente "conquistati" alla fine di un percorso "dal segno al segno", per citare il titolo di una precedente fortunata mostra, in quegli arancio, azzurri, gialli che acquistano sonorità inedite accanto ai più consueti rossi e neri e bianchi; in quelle macchie quadrate accostate, stratificate, sedimentate così come nella vita si accostano paralleli e contemporanei, si sedimentano nell'anima e nel corpo senza quasi che ce ne accorgiamo gli accadimenti minimi; macchie composte sempre in strutture equilibrate, bilanciate, controllate dalla sapienza tecnica acquisita negli anni, forse in parte dalla pratica didattica quotidiana, ma, soprattutto, da una sorta di incapacità di Mirca di abbandonarlo, di perderlo, il controllo, in un suo personale e strutturale, connaturato alla personalità umana più che artistica, rigore "classico". Ci siamo domandate, discorrendo di arte e di vita, cosa sia più "terapeutico", se mantenerlo o perderlo il controllo: magari perderlo per poi riprenderlo, ci siamo dette.

Strutture sospese, però, quasi fluttuanti in un equilibrio instabile, dinamico, di un dinamismo composto, fatto di piccoli moti di assestamento, di inspirazioni ed espirazioni che, a volte, diventano sospiri cromatici, sussulti e singulti segnici sincopati, ritmici. Ed è proprio la sospensione che forse dà l'idea della leggerezza. Quale sospensione? quella della vita? quella del "non detto" che affiora a mezza bocca dai recessi dell'anima, che persiste nel cuore e nella mente senza riuscire ad estrinsecarsi, che lascia rimpianti? quella degli accadimenti minimi che possono essere o non essere, avere o non avere senso a seconda di chi li coglie o non li coglie, del momento, della situazione?.

Sono lavori un po' "frivoli", "leggeri", mi aveva detto prima che li vedessi. E mi sono tanto divertita a farli, anche, mi aveva detto. Formati piccoli e medi, più colore rispetto al passato, meno forza gestuale, meno neri, meno griglie e meno grafismi. Niente titoli, solo una numerazione progressiva. Niente peso o fatica, solo felicità espressiva, gioia di stendere le macchie di acrilico che asciugano presto, così da non dover aspettare troppo per godere dell'esito finale; ansia di scrivere i suoi versi liberi punteggiando in fila, tracciando veloce le "x" e le "y" e le "o" rovesciate.

Leggeri e frivoli nel senso di liberi, lirici e musicali, a me pare, rispetto alla maggiore forza d'impatto, anche drammaticità emotiva di certi lavori del passato recente, in cui il colore era più espanso e profondo e violentemente tracciato, meno a macchia, meno a tocco; in cui i neri fondi delle grandi "x" ed "y" trasmettevano intensità e i rossi energia estrusa, uscivano dal quadro quasi. No, questa nuova leggerezza mi sembra piuttosto un recupero di tonalismo, una punta di Santomaso, e anche un po' un omaggio ad Afro, alla sua cromia raffinata e vibrante.

Concludo con una citazione quasi d'obbligo, a proposito di leggerezza e pesantezza: Milan Kundera, da "L'insostenibile leggerezza dell'essere".

"… Che cos'è positivo, la pesantezza e la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è positivo, il pesante è negativo.
Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l'opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni."

Né Parmenide, né Kundera danno risposte convincenti, se sia preferibile la leggerezza dell'essere che diviene, e dunque scompare, o la pesantezza di ciò che eternamente ritorna, e quindi perdura. Entrambi, tuttavia, sembrano propendere per la leggerezza: una leggerezza che è sospensione, emersione dal Nulla per farvi poi ritorno. Forse, appunto, vita come sequenza di "accadimenti minimi" più o meno nuovi, imprevisti, non sperimentati: che nessuno ci ha insegnato ad affrontare perché nessuno ci ha insegnato a vivere, e dunque, per questo, anche "insostenibili", inquietanti e spaesanti, così come inquietante e spaesante e insostenibile è l'amore nel romanzo di Kundera. Bello, però, e vitale e senza senso, senza ragione, senza direzione pretesi, applicati esteriormente.

Così come la trama dei colori nuovi e di quelli vecchi, dei segni alfabetici che li contrappuntano, negli "accadimenti minimi" di Mirca.

Testo di Mara Seveglievich per la mostra ''Accadimenti Minimi'' 2006