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Una mostra d'arte è una scena teatrale in cui entrano in gioco personaggi visibili e invisibili, a cui lo spettatore è invitato a partecipare e il cui ruolo (forse!) - così come nella vita – è l'unico che può dirsi indeterminato, incerto e potenzialmente aperto a tutte le possibilità che il caso e l'esperienza estetica cui va incontro concorreranno a rendere visibili. Ma quali sono i personaggi principali di questa azzardata pièce?

L'artista è un uomo capriccioso ed egoista che nell'opera, attraverso l'arte e per lo più in solitudine, realizza la sua fuga/devianza dall'origine e risponde al suo carnale e irresistibile bisogno di creare. L'opera per sé stessa gode del valore di cosa inattesa e imprevedibilmente prodotta. Essa è un essere a sé stante. Un blocco di sensazioni vitali rese monumento che si offre allo sguardo di chi riuscirà (?) a coglierne l'intrinseco invito. All'origine dell'opera d'arte è l'atto creativo: impersonale, violento atto di resistenza alle trappole che il mondo tende ai singoli sotto forma di artificio etico/sociale.

L'uomo senza qualità, lo spettatore (il visitatore di mostre!?!) come partecipa del gioco dell'arte? Mai come in questo momento lo spettatore riveste nell'arte un ruolo insostituibile: di fronte all'opera scopre, sorpreso e smarrito, uno spazio di inaspettata, opprimente libertà e responsabilità. L'arte ha smascherato se stessa. Ha svelato la sua impotenza nella possibilità di rappresentare la realtà e la sua impossibilità di rintracciare il vero universale; ha perso il suo senso normativo che le conferiva funzione politica e sociale. Quel che resta dell'arte è un puro spazio di interrogazione infinita, il cui potere d'azione è rivolto al singolo individuo, eternamente intrappolato nella contraddizione tra necessità e libertà, essere e dover essere, origine e destinazione, destino e scelta.

Le coppie di opposti, in cui si consuma il senso tragico dell'esistenza umana così come la intendevano i greci, potrebbe continuare all'infinito sullo sfondo di una inattaccabile consapevolezza: la vita umana si svolge una sola volta. L'uomo irrompe sulla scena della vita come un attore che non abbia mai provato la sua parte: buona la prima!

E nell'intermezzo degli opposti? Nello spazio della sospensione? Nel tempo del divenire? Mmmh... Landscapes o territori di fuga. Qualcuno li ha chiamati "cinque pezzi facili". Facili per la potenza espressiva. Facili per la riconoscibilità della grandezza degli autori. Ma soprattutto, facili perché semplicemente cinque opere visionarie, in cui la visione è ciò che dell'invisibile diventa visibile. Cinque modi di suggerire le possibilità delle proprie differenze inespresse.

Landscapes rinvia all'idea di paesaggi. Ma se di paesaggi si può parlare, si tratta degli infiniti paesaggi possibili. Si tratta di territori di fuga dove a perdersi è ogni determinazione spaziale, temporale, oggettiva. Dove a perdersi è l'essere storico dello spettatore.

Qui l'arte si fa domanda che pone il dubbio etico - e dunque estetico - della singola scelta. E la domanda agisce come un coltello che squarcia la tela di un fondale, non solo per vedere cosa c'è dietro, ma per liberare la vita là dove è prigioniera: solo un tentativo in un incerto combattimento di forme espresso da opere esemplari di Per Kirkeby, Mimmo Rotella, Giuseppe Gallo, Aldo Mondino, Salvatore Pujia.

Maria Rosaria Gallo

Aldo Mondino
Iznik 3, 1999
oil on glass
cm 52,5 x 42,5 x (3 pz)
Mimmo Rotella
Untitled, 1998
décollage
cm 45 x 45
 
Giuseppe Gallo
Foglie, 1999
oil on canvas
cm 50 x 35
 
 
 
 
Salvatore Pujia
Untitled, 1994
oil on canvas
cm 60 x 60
 
Per Kirkeby
Untitled, 1987
mixed media on paper
cm 34 x 24