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Per la prima volta in Italia - dopo un intenso periodo di attività ad Orléans e a Parigi - a Lamezia Terme nel flusso contemporaneo di  IMAGOCRAZIA. Effetti collaterali a cura di Maria Rosaria Gallo  è arrivato il momento dell'artista francese  Amélie Waldberg con  IMAGOPATIA (Barbie Turick. Des seins inanimés).

Con un passaggio intrigante che salta dalla scultura geologica di Brunivo Buttarelli alla fotografia digitale e psicoscopica di Amélie Waldberg,  l'immagine perde l'aspetto terrestre e macrocosmico dell'dentità naturale dell'esistenza e indaga l'aspetto patetico e psicologico dell'identità culturale del soggetto umano.

IMAGOPATIA è la messa in scena di un pathos tipicamente ed esclusivamente umano. È la rilevanza di quella sofferenza  identitaria  intimamente legata al conflitto tra l'essere e l'apparire; tra la percezione e l'espressione di sé e la percezione e il riconoscimento esterno da cui ogni essere umano dipende.

Con grande maestria e sensibilità,  Amélie Waldberg  indaga l'importanza dell'immagine e della sua rappresentazione nella costituzione della personalità dei soggetti, rilevandone l'enorme potere e svelandone i subdoli meccanismi. 

La fotografia di Amélie da vita ad un processo di analisi e decostruzione dei canoni estetici dominanti capaci di agire in modo profondo sulla psyche determinando l'aspetto più importante nella vita e nell'esistenza di ogni singolo: il rapporto con proprio corpo - in cui la sessualità gioca un ruolo fondamentale - e il rapporto con gli altri.

Al centro dell'interesse di Amélie Waldberg c'è uno dei simboli e delle icone più importanti ed influenti dell'estetismo contemporaneo: Barbie.

Barbie Turick. Des seins (in)animés è un gioco di parole che richiama l'idea di morte - barbiturici - nella bellezza prodotta, perfetta e inanimata ("des seins inanimés": i seni senza anima e "dessins animés": cartoni animati) e allo stesso tempo evoca la possibilità di uccidere il modello omologante per dare vita ed espressione alle differenze.

La mostra espone il risultato di un processo creativo iniziato nel 2006, con cui si scopre tutto il lavoro svolto dall'artista intorno alla celebre bambola che proprio nel 2009 ha compiuto i suoi 50 anni di età. Un lavoro partito dalla plastica e arrivato all'umano. 

Amélie Waldberg ha scelto soggetti differenti per età, sesso e caratteristiche, li ha omologati corredandoli con i medesimi elementi barbieschi (parrucca bionda, maschera di plastica, corpo seminudo), nell'ambito di una scena costante (un divano), e li ha fotografati facendone emergere tutte le differenze e la ricchezza, dimostrando che nessun tentativo di omologazione potrà mai annullare l'umano.

"Io mi sono soffermata su Barbie - dice Amélie Waldberg - poiché rappresenta una icona e un simbolo: quello di un estetismo allo stesso tempo ideale, perfetto e mostruoso, con le sue misure irreali. L'icona Barbie non è rivolta solo alle donne, anche se molte di loro sono racchiuse o si rinchiudono in questa immagine. Sempre più uomini si riducono a un ideale estetico artificiale". "Non sono femminista. Questo lavoro è solo l'espressione di una constatazione, un osservazione, un interrogativo. Una riflessione sul corpo femminile, le sue rappresentazioni, le sue immagini".

A sottolineare l'intrigo esistente tra virtualità e realtà, Amélie Waldberg arricchisce l'inaugurazione con una performance dedicata alla figura di Lilith, ma ispirata all'estetismo italiano e a ciò che la cultura calabrese evoca nell'immaginario collettivo a proposito della relazione uomo/donna.

Testo di Maria Rosaria Gallo


Video Performance