Violare. La Collezione

Per me le idee chiare…
sono soltanto idee morte e liquidate
.
Antonin Artaud

La collezione di Violare è la convergenza di differenti anime artistiche che violano differentemente. Diversi modi di violare che indicano le infinite vie del possibile tramite le quali si sovverte la rigidità nelle esistenze.

Sette le derive in cui naufraga la collezione.

Sette i sensi declinati di violare in cui si scoprono gli artisti più rappresentativi di Violare.

Sette le sezioni espositive.  

Violare: il Primitivo

Violare è vis: inaudita, estrema, originaria violenza prodotta dalla potenza di un furore esaltante e liberatorio: il furore estremo e vorticoso della vita.

Come ricerca dell’origine e come espressione del motivo originario, l’arte è nel primitivo… Il primitivo: ciò che antecede il Motivo. Ciò che anticipa qualsiasi nascita. Il pre-natale.

È nudità: estrema violenza.
Crudeltà che mette in contatto con la verità del vuoto, al di là dell’illusione di ogni parvenza. 
Sofferenza nella violenza dell’esser-ci come evento/potenza, che apre la domanda sull’essere nel solco che scava nella materia. E nell’incidere ferisce. Provoca fratture, lesioni. Ma questo incessante scavare fa emergere la materia come sostanza viva e ri(l)(v)elante.

Ciò che risale come rilievo non è altro che un’emozione. Emozione che è desiderio. Atopico, nomade e inoggettivabile, il desiderio è dionisiaco. Anima le forme, le attraversa e le abbandona per inseguirne altre, in un vortice infinito. 
È l’ispirazione che precede e segue qualsiasi opera. E l’opera diviene un cammino verso l’ispirazione e non il suo traguardo.

Primitivo. In principio era l’Azione…

Il linguaggio maschera la crudeltà. Tenta di celare il dolore della verità del vuoto.

La potenza originaria dell’atto creativo agisce come gesto che s-grammatica il linguaggio.

Prima di qualsiasi linguaggio, di qualsiasi scrittura, l’arte che rinvia al primitivo è soffio, fiato, alito, suono, gemiti, sibili …GRIDO.


Violare: il mediterraneo

Violare. L’idea vive sensuale e guerrigliera nella geografia. Violare è il mediterraneo.

Ma cos’è il Mediterraneo? Un luogo? Tanti luoghi? Uno spazio?

Terre, mari, deserti, venti. Suoni, danze, popoli. Cieli, stelle, mondi…

Sofferta tensione tra luoghi e spazio.

Lo spazio si pensa, i luoghi si abitano. Lo spazio si attraversa, nei luoghi si sosta. Lo spazio è l’in(de)finito, il luogo è il già dato. Lo spazio è negazione. Il luogo è identità.

E i concetti tradiscono i divergenti significati: i luoghi si legano alla memoria, alle emozioni, al desiderio: si riconoscono, ci riconoscono. Nel luogo compaiono le figure della differenza pietrificata, marmorea in cui domina il significato originario del raccogliere, del riunire, dell’appartenere; lo spazio contiene il significato dell’intervallo, del vuoto, dell’intermezzo, quindi… della perdita, della separazione, del confine. Del conflitto.

La contingenza del mediterraneo comunica un pluriversum. Una molteplicità di voci e linee che si intrecciano e si confondono senza mai confondersi, ove l’irriducibilità delle differenze tradisce lo spazio dell’impolitico. E …

Medi-terraneus, in mezzo alle terre… lo spazio liquido.

Lo spazio liquido è lo spazio in cui il violare e il violabile sono (pre)condizione perdurante… è lo spazio in cui l’hic definito, nominato e rinominato dagli imperi… disloca, vacilla, trema. È lo spazio che disabita. E violare nel mediterraneo è l’atto del disabitare lo spazio.
Fluida potenza affermativa, generante e sempre ri-generante, che invera la fallace contrapposizione tra terra e acqua, realtà fisica e realtà eterea, corpo e anima, materia e spirito. Si sottrae alla sterile dialettica e si mostra come conatus vitale.
L’idea di violare acquista corpo, anima e sangue se il concetto pensa il mediterraneo: spazio vuoto, indeterminato, di attraversamento, in cui nulla si radica definitivamente.
Spazio dell’infinita interrogazione. E l’opera tradisce la tensione: il passato, come forma data, sfuma sull’orizzonte in(de)finito della (in)differenza assoluta.

Mare… curiosa assonanza italiana… il mare, come viol-are, sottintende l’azione all’infinito espressa coi verbi in are. Infinito senza tempo, senza circolarità o progetto o escaton. Non il c’era una volta; né il ci sarà domani; e neppure l’al di là da questo mondo. Nessuna promessa, nessun compimento. Puro orizzonte infinito: violare è il mediterraneo inteso come non-luogo di una connessione nuova che supera i confini della terra-nazione, terra-geografica, e svela altri cieli. Altri orizzonti dal deserto.

Deserto… terra di passaggio e di infiniti attraversamenti. Spazio aperto all’invasore, allo straniero. Spazio della clandestinità e della contaminazione. Dell’ospitalità e della guerra. Della velocità e della lentezza.

Il deserto vive nell’arte come tentativo di spingere l’occhio verso uno sguardo altro che sconfina il bordo, non come il margine dove il mondo finisce, ma come il margine dove le differenze si toccano, in quella linea che non appartiene a nessun profilo.

L’essere deserto del mediterraneo sprigiona e forsennatamente urla la contingenza dell’umanum: il vento accompagna l’assalto nomade e con violenza sbatte la sabbia spossessando la superficie della sua apparente consistenza. Qui emerge l’inorganicità e trasale quell’ontologica in-appartenenza che condanna per sempre l’uomo al desiderio.


1.   Violare: amore e eros

Perché amore e eros? L’amore veramente viola? O non è forse un ripiegare su se stessi l’impossibilità di sfondare le barriere di Ercole?
Dove si avverte il violabile? Cosa cela l’amore?

L’amore nasce quando il tempo e lo spazio incominciano ad esistere.
Afrodite sorge dalle acque quando terra e cielo si distinguono e dalla loro differenza sgorgano le innumerevoli forme del mondo.

Afrodite, dea dell’amore come procreazione e perseveranza, segna il legame fra mortale e divino attraverso il continuo travestimento (la cerimonia, il rito).

L’amore per gli uomini si situa in quel dolce frattempo tra mortale e immortale: nell’onda che si innalza e si infrange sulla spiaggia… nell’arte.

Ma il desiderio è perennemente insoddisfatto: l’immortalità è raggiunta solo in forma mediata attraverso la  poiesis.

Tensione verso l’eterno nella sublimazione: tentativo di superare il mortale, il finito. Amore è a-mors: toglimento di morte.

E l’immagine diventa figura angelica: donne irraggiungibili, sempre sfuggenti divenute segni della tensione amorosa.

Nell’amore non esiste l’altro. L’amore è ricerca del proprio desiderio nell’immagine dell’altro.

Dove l’amore rapisce l’io? Sagoma di un amplesso compiuto, marchiata sul cuscino che disperde le sue piume al vento.

Chi soffia quel vento che dissolve la forma? Eros.

Eros il primigenio è luce che illumina ciò che la notte cela. Folgore: illumina accecando e nella sua luce qualsiasi dire, qualsiasi discorso, si sospende… le immagini provengono dall’altra parte di se stessi, dalla parte della follia, dove l’io collassa e si disloca.

Ma Eros abita lo spazio anteriore a qualsiasi esistenza. Sparisce dove il mondo emerge. Compare dove il mondo svanisce.

Ma come dissolvere/si in quella vanità… principio di ogni creatività?

Ecco! Eros. Il piccolo. Il fanciullino: demone a metà tra mortale e immortale, ridesta nell’uomo la potenza smisurata dell’Eros supremo.

Eros dimora dove passa amore fra un essere e l’altro, in quella soglia che accoglie il movimento dell’uno verso l’altro.

E recupera la dimensione carnale: il sesso nell’eros non è qualcosa che l’Io possiede, ma qualcosa che spossessa l’Io. Lo apre alla crisi, lo incrina e lo dispone ad un nesso dirompente con ciò che è altro da sé: Sexus. Nexus. Plexus.

Le immagini erotiche divengono emblema della passione come patimento nel cedimento del sesso.

Immagine erotica: corpo desertificato, sradicato da qualsiasi connotazione, che appare in tutta la sua potenza e si mostra. Al di là della insignificante nudità… nell’osceno.

Immagini di svelamento e celamento: l’indumento avvolge le curve del corpo in modo discontinuo; l’abito non misura il limite di una individualità, il contorno che separa, ma è velo che cela e che rivela. Corpo che si lascia intra-vedere… frammezzo tra visibile e invisibile.

Ogni lembo di carne è espresso,  si offre allo sguardo come essere segno che invita ad un senso ulteriore.

Corpo che disperde i confini reali della persona e smarrisce la percezione del distinto: corpo come eccedenza, tracotanza che si perde nella sua polivalenza e ambiguità. Ibrido. Meravigliosa contaminazione che non riconosce nessun limite e può trasformarsi in qualsiasi forma d’espressione.

Corpo: essere gettato. Colore come getto al di là della figura che giace… qui giace.

Eros è violare. Violazione dell’integrità degli individui. Frantumazione, rottura dei vincoli.

Violare è esposizione. Negazione di ogni custodia e protezione che l’esistenza come rigido sistema di sicurezza e certezza contrappone al darsi libero della vita.

Violare è perdita e liquefazione. Orgao: essere traboccante d’umore.


Orgasmo: oltre il desiderio, oltre l’istinto, oltre il pathos. Evacuazione di ogni esperienza.

Ma l’hic et nunc del mondo è: quattordici dicembre duemilasei TimSpot. Papa: fedeltà nel matrimonio e astinenza al di fuori di esso la migliore via contro l’Aids.


2.   violare: la differenza.

Violare: incessante ricerca di ciò che continuamente differisce.
Ma come far fronte all’imponenza di fronte al divenire? Come dar corpo ad una materia senza che questa possa escludersi dal flusso che tutto trascina?

L’arte è differenza.
Movimento, dinamicità. Questi i suoi attributi. Complessità e varietà. Queste le sue articolazioni. L’occhio rivolto all’esterno, oltre i confini della tela, che va infoltendosi e dilaniandosi … diviene centro di un rizoma.

Visione plurima, sfaccettata del mondo.

Il quadro è un momento di una rete complessa e senza fine di collegamenti che danno vita a inedite figurazioni. Un concatenamento di piani. Intreccio di elementi differenti che tessono una trama…

… colori che si sovrappongono dando luce a tonalità dimezzate, figure che si incrociano, corpi che si moltiplicano, si compongono e si scompongono… E in questo gomitolo ininterrotto, l’immagine rimane ambigua e da essa si dipanano una pluralità di visioni possibili: una molteplicità di soggetti, di voci, di sguardi sul mondo.

L’opera che viola mostra le differenze nell’identico: le varie molecole che compongono un corpo, i diversi aspetti che fanno una persona. Smembra ciò che appartiene al sé, fuoriesce dalla prospettiva limitata dell’io e dà parola alla molteplicità cangiante, sempre riordinabile e rimescolabile.
Ciò che sulla tela è gettato diviene a sua volta la fonte di un nuovo getto, senza che nulla approdi mai a rappresentazione.

Diviene… messa in scena della complessità dell’essere in atto, della simultaneità dei vari modi in cui viene espresso: il molteplice nel singolare.

Ma affinché l’opera possa accettare la sfida del cambiamento, essere all’altezza della trasformazione in atto, deve lasciarsi coinvolgere da una metamorfosi perpetua, aprirsi all’eventualità di uno stravolgimento delle regole del gioco.

Rapidità. Velocità. L’attuale esige un pensiero capace di procedere per flussi e rizomi, infrangendo i limiti della linearità e dell’oggettività. Un pensiero che sia capace di rincorrere le forme che divengono, di precederle, di oltrepassarle.

Infine questa complessità che si articola sulla tela sfinisce nel silenzio, nel punto dove il tutto e il nulla combaciano. Produzione di ridondanza eccessiva, fuori dall’utile, che genera perdita di verbo.


3.   Violare come v(i)olare: l’immaginario e la leggerezza.

L’immaginario viola i confini del reale. Fluttuante trasfigurazione che perverte l’ovvietà e l’ordinarietà.

In questa declinazione di violare, l’arte è un disegnare nuovi confini attraverso immagini nebulose che rimandano a possibili profili delle cose, le quali, dischiuse alla loro infinita possibilità di essere altro, recuperano forza espressiva, capacità di produrre significanza.

Evocare, suggerire senza mai de-finire. Questa la potenza dell’immaginario.

Ma non si tratta di negare, annullare il reale per rifugiarsi in un mondo fittizio e inconsistente, ma di riconfigurare il reale, de-strutturarlo: magma che evade-esplode-invade la terra arida e immobile.

Magma che irradia superfici:

quello della superficie è come la “Radianza” degli eventi puri, entità che arrivano e ripartono ininterrottamente. Gli eventi puri e senza mescolanze brillano al di sopra dei corpi misti, al di sopra delle loro azioni e delle loro passioni intricate. Come un vapore dalla terra, sprigionano in superficie un incorporeo, un puro “espresso” del profondo: non la spada, ma il lampo della spada: il lampo senza spada come il sorriso senza gatto.

È qui che violare come immaginario diventa spazio altro di una conoscenza come visione: visibilità dell’invisibile. Immagine che diventa concetto. Immagine di pensiero.

E l’atto che viola, nel distogliere le cose dalla gravità del soggettivo, è una sottile operazione di alterazione, di alleggerimento. Le figure, sottratte alla forma, fluttuano sospese nell’equilibrio dello squilibrio. Sono indecise, imperfette, indeterminate e incerte. Questa de-soggettivazione non è altro che potatura manifesta nell’essenzialità del tratto pittorico.


4.   Violare: l’umorismo e il grottesco

… il riso non è come sembra il contrario delle lacrime:
l’oggetto del riso e l’oggetto delle lacrime
si riferiscono sempre a qualche tipo di violenza
che irrompe il corso abituale delle cose

George Bataille

L’uomo può farsi beffa della verità. Con il riso diabolico può far vacillare la serietà del mondo, come il diavolo di Bulgakof ne Il Maestro e Margherita, che - nelle sue molteplici e improvvise apparizioni - confonde, crea angoscia, smarrimento: discioglie le regole della necessità e della logica.

Il riso viola perché potenza devastatrice. Capacità di capovolgere il mondo e ribaltare l’ordine costituito in quanto rivelazione delle contraddizioni e dell’inconsistenza di ogni pretesa di detenere la verità e la giustizia.

Il riso non solo distrugge le forme esterne nella consapevolezza della loro vanità, ma, in quanto sdoppiamento nella percezione simultanea dei contrari, colpisce anche chi ride. Nel ridere si è attraversati da uno scuotimento irrefrenabile: ci si sente venir meno, non si respira, si è avvolti in una terribile smorfia, un atroce contorcimento che deforma il corpo e sfigura gli organi più vicini alla verità: gli occhi e la bocca.

Chi ride è affetto da un male incurabile e ride di ciò che in se stesso è ridicolo, folle, assurdo, instabile. Il ridere trasforma in corpo che indaga e ricerca, sgretola in se stesso gli elementi di stabilità e stasi.
Il riso tragico e violento - che mette in discussione tutto ciò che si afferma e si costituisce - è un divenire umore: corpo fluido, liquore, vapore, umidità.

… lo humor è il comico che ha perso la pesantezza corporea e mette in dubbio l’Io e il Mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono.

Le immagini umoristiche o grottesche nell’arte rappresentano personaggi goffi che nel loro essere deragliati mostrano la nudità, il vuoto, l’inconsistenza, l’effimero. Nei loro tratti i confini della normalità sono deviati, traslati in modo da far trapelare la vanità dei corpi armoniosi e perfetti.

Appare la molteplicità. Lo sguardo penetra l’ombra e, dal buio, deforma la realtà, la scompone, mostra le sue contraddizioni, le sue ferite nascoste, la sua frammentarietà. E, nell’accentuare i difetti, nello spingere le contraddizioni all’eccesso, sfocia nel grottesco e nella caricatura.

L’artista del grottesco non usa il colore per dipingere immagini. Bensì per esprimere i contrasti, i chiaroscuri, le fratture… lì dove le persone e le cose si tradiscono, lì dove svelano la maschera, lì dove cedono all’incoerenza.

Ma allora… a quale livello di violabilità conduce il grottesco? Derisione delle forme reali, derisione della visione razionale del mondo. Sfondamento dell’immagine verso il suo estremo punto di visione. Sfondamento dell’equilibrio fra i corpi… verso una nuova composizione dei tratti nello spazio.


5.   Violare: la follia

Per quanti di voi il sogno del demente precoce,
le immagini delle quali è preda,
sono cosa diversa da un guazzabuglio di parole?
Antonin Artaud

Il complesso di vocaboli e locuzioni che costituiscono una lingua e che rendono possibile la comunicazione è il lessico.
Il complesso di segni, forme e simboli che costituiscono un immaginario condiviso e rende possibile l’identificazione, il riconoscimento e l’auto-identificazione è il linguaggio.
Il sistema di circolazione di codici, informazioni e parole d’ordine riconosciute e già date è la comunicazione.

Follia è dislessia: apparizione di un lessico reso sconosciuto, indecifrabile, anomalo, dispersivo.
Follia è distonia: azioni scoordinate di movimenti sconnessi, involuti, insensati, separati.

Violare come follia è caotico affollamento di parole. Insopportabile frastuono. Chiassosa sovrapposizione espressiva. Nuova creazione sintattica che scava una lingua straniera nella lingua e… non ammette alcuna interferenza con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico, che qualsiasi altra successione di idee e di azioni umane.

Violare come follia è libero sviluppo di un delirio. Discorso delirante. L’origine della parola è latina, delirium, de e lira: solco. Delirare è uscire fuori dal solco. Il solco della parola che spiegando identifica; il solco dell’immagine che imprimendosi rappresenta; il solco della pala che scavando seppellisce. 

Ma, uscire fuori per andare verso…?

La follia nell’arte è il medium di un linguaggio altro, immediato, che sospende il significato e riapre l’immagine alla sua prolifera potenza significante.
È il linguaggio dal di fuori: non contraddizione ma contestazione che cancella. Linguaggio che non si chiude in se stesso, nella conferma interiore, ma si spinge verso l’estremità di sé stesso, nel punto limite in cui è continuamente costretto a contestarsi.

Follia è discorso senza: senza conclusione e senza immagine; senza verità o teatro; senza prova, senza maschera, senza affermazione, libero da qualsiasi centro, liberato da ogni luogo originario. Discorso che costituisce il suo proprio spazio come il fuori verso il quale e fuori dal quale esso parla.

L’immagine della follia è immagine che si sgretola mostrando il proprio vuoto nel mantenimento delle cose nel loro stato latente.

E l’arte come deriva della follia è movimento di attrazione: ne interiorità ne esteriorità, ma il fuori che deborda continuamente. Dolore incontenibile dell’essere-inadatto a qualsiasi spazio conosciuto.

L’attrazione è negligenza, dimenticanza di sé, di ciò che è in fieri. Anima Orfeo che tradisce il divieto impostogli di guardare Euridice e si volta verso lo sguardo proibito: infrange la legge e percepisce dentro di sé il deserto dal quale sorge, estraneo a sé, un linguaggio che non ha voce, non ha volto, non ha verità.

Linguaggio che si dissimula nel suo continuo, incessante scorrere. Linguaggio che non è parlato da nessuno, ma in cui chi è parlato designa una piega. Linguaggio anonimo, libero e liberato da tutti i miti occidentali della parola e dell’immagine. Linguaggio che non è ne verità ne tempo, ne eternità ne uomo, ma la forma informe del fuori. Spazio smisurato fra origine e morte: ciò che inizia sfinisce continuamente affinché si possa sempre ricominciare.

Lo spazio aperto nella follia è condanna al rogo nel fare segni attraverso le fiamme. Follia: folla e io: una popolazione che sommerge l’io e avvelena la quiete: sospende nell’instabilità.
L’attrazione è lo spazio in cui si perdura nella distanza dal sé, si diviene un egli impersonale e anonimo, si parla un linguaggio straniero, si è in preda a un delirio estremamente popolato.

L’attrazione folle è una pura visione. È un rendersi visibili: occhio rivolto verso l’interno, sguardo che vede la propria parte invisibile.

Forsennare: violare è uscire fuori di senno, dirottare il cammino.

Terminando… l’arte come atto folle è il segno di una resistenza. Atto creativo. Resistenza originaria alla morte.

arte@pramantha.com